I miei quattro nonni sono nati tutti tra il 1909 ed il 1912 e per questo hanno sicuramente avuto la possibilità di percepire cosa siano state le due guerre mondiali, cosa sia stato il totalitarismo fascista, cosa significhi vivere la miseria. Mia madre e mio padre, nati rispettivamente nel 1946 e 1947, hanno vissuto pace, benessere crescente e sicurezza. Hanno avuto la fortuna di crescere in Europa, nel lato occidentale, proprio là dove si è formato un processo volto esattamente a costruire pace e benessere. Un progetto vincente dato che sono inoppugnabili le tesi che lo sviluppo economico europeo sia avvenuto grazie a tre fattori: una duratura pace garantita da istituzioni comuni, una possibilità sempre maggiore di spostamento di merci, servizi, capitali e persone; un sistema di sostegno economico alle aree svantaggiate che ha garantito un aumento della domanda interna dei Paesi che via via si integravano durante il processo di allargamento (come spiegavo per il caso spagnolo qui).

Questo processo di enorme successo in cui pace, commercio, solidarietà e pace si legano in maniera indissolubile è stato premiato con il Nobel per la Pace una settimana fa con delle motivazioni molto chiare con le quali coincido, ossia che l’UE è da premiare “for over six decades contributed to the advancement of peace and reconciliation, democracy and human rights in Europe”.

Queste sei decadi iniziarono formalmente con il Trattato della CECA del 1951 ma i principi economici che regolano l’integrazione europea sono piú facilmente ritrovabili nel Trattato di Roma firmato il 25 marzo 1957, quello che diede vita alla CEE. In questo Trattato erano chiari gli obiettivi per i quali i sei Paesi fondatori erano disponibili a condividere una parte della propria sovranità. Questi principi, fissati in maniera indelebile, erano lo sviluppo armonioso delle attività economiche, l’espansione continua ed equilibrata, l’aumento della stabilità economica e la crescita accelerata degli standard di vita. Nel tempo (analizzando i vari Trattati che si sono succeduti nel tempo) si sono introdotti altri principi economici, alcuni dovuti all’ampliamento della Comunità (pensiamo alla solidarietà ed alla coesione economica), altri a scelte ideologiche dovute al ruolo giocato da taluni Stati (pensiamo all’ossessione inflazionistica tedesca), altri come conseguenza di esternalitá negative della crescita (pensiamo all’ambiente).

La domanda che mi ronza per la testa da diversi mesi, ben prima del Nobel conferito all’istituzione che piú dovrá rappresentarci nel mondo nei prossimi decenni, è molto semplice: gli attuali governanti europei si stanno battendo effettivamente per continuare per garantire pace, benessere e solidarietà? A parte qualsiasi analisi sulla democrazia delle istituzioni, che è opportuna ma prescinde da quello che voglio affermare qui, mi pare evidente che i principi ispiratori di molti degli attori di governo oggi in Europa sono assolutamente  slegati da quelli che hanno ispirato la formazione dell’UE. Invece che pace e benessere collettivi ció che muove le azioni di governance europea sono le necessità della finanza, gli egoismi nazionali e scelte ideologiche preconcette (collegate proprio alle necessità della finanza). Le politiche di austerità imposte come mantra collettivo non fanno altro che danneggiare il benessere degli europei e quindi a favorire l’emergere di partiti che sfruttano gli egoismi nazionali e che quindi sono una possibile futura minaccia alla pace del continente qualora la situazione economica degenerasse davvero.

I governanti europei, quindi, devono prendere atto, cosí come ricorda loro Habermas qui, di quali sia la missione storica che hanno davanti e devono rendersi conto che solo piú integrazione puó salvare quel progetto che ha garantito il piú lungo periodo di pace e di progresso del continente della storia.  Le alternative, per quanto possano piacere ideologicamente ai cultori dei defunti stati nazionali, delle piccole patrie e del localismo, possono portare solo ad un tragico, evidente destino: l’impoverimento dell’Europa. E la povertà diffusa è la melma in cui il nazionalismo razzista ha sguazzato e potrebbe tornare a sguazzare. Con rischi incalcolabili.

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